Kazimir Severinovič Malevič, black square, 1915

L’architettura non esiste,

è prima di tutto vuoto, spazio contenuto che non può essere fine a se stesso. Non esiste symmetria senza eurhytmia. Lo spazio non esiste, esiste solo la percezione di esso. Non esiste l’architettura, ma l’uomo che la vive.

Il fine dell’architettura è il silenzio. Portare al silenzio le velleità formali al fine di porre in primo piano lo spazio vissuto su quello costruito. Realizzare degli ambienti altamente accoglienti e funzionali, tecnologicamente all’avanguardia ma che, allo stesso tempo, si pongano in secondo piano rispetto all'uomo. Chi abita non deve percepire l’abitazione come un corpo estraneo. L’architettura deve essere un oggetto neutro che manifesti la felicità che si trova nella semplicità. L’architettura deve riuscire ad esprimere il mutamento.

Sottrarre fintanto che non vi sia più nulla da eliminare. Negare l’architettura per riaffermare la vita che la abita.

L’architettura si deve negare alla lettura immediata dello slogan per favorire una scoperta mediata, stratificata. Parlare del qui ed ora in continuo mutamento. L’architettura deve scomparire, lasciando spazio alla vita. Deve palesare il gioco di luci e ombre, manifestazione del mutamento. Facendo ciò essa parla dell’istante, attimo irripetibile in trasformazione. Farsi quinta del movimento che la riempie. Negare la figura stessa del progettista e del progetto. Eliminare ogni velleità compositiva. L’architettura deve essere in questo senso silenziosa narrazione.

L’architettura nega la sua natura retorica.

Architettura è sottrazione.

Modulatore di luce.

Negazione della composizione.