“L’architettura è arte della ripetizione … Dovendosi replicare più volte lo stesso oggetto, esso non può essere troppo autonomo rispetto agli altri, in quanto parte di un sistema. In altre parole l’individualità di una parte componente deve subordinarsi all’insieme, ovvero all’individualità del tutto … Il problema esposto è quello che Vitruvio illustra, in termini piuttosto oscuri, quando parla di simmetria e di euritmia. Osservando un edificio entra in gioco la valutazione della sua interezza come esito della composizione di una serie di moduli, ovvero di elementi ripetuti in un processo che va dal particolare al generale, e che muove dalle considerazioni della quantità; contemporaneamente si procede a una lettura che ha inizio dalla comprensione dell’unità, successivamente disarticolata nelle sue parti componenti. Questo secondo piano di interpretazione del manufatto riguarda la dimensione della qualità, in termini vitruviani dell’euritmia, da intendersi come esito dell’attribuzione a un elemento di un segno specifico, di un carattere individuale. La considerazione della parte è dunque dialetticamente intercettata tra due itinerari opposti come luogo di una profonda instabilità concettuale che la rende dinamica ed ipotetica ”.[1]

 

C’è nella parte, da un lato, l’esigenza di appartenere, e dall’altro quella di rendersi autonoma.

Facendo riferimento al cinema questa operazione potrebbe essere espressa dal duplice valore che acquista l’immagine, cioè il fotogramma che sommato agli altri, produce il movimento e la scena. Da un lato cerca di svincolarsi dalla necessità di appartenere ad un sistema superiore, dall’altro collabora alla realizzazione di esso. Esemplare, in questi termini, può essere considerato il lavoro di Andy Warhol che nei suoi celebri cicli pittorici proponeva il ripetersi di un ossessiva tassonomia dell’uguale, quasi a voler scomporre il moto nelle sue parti non più divisibili, a svelare la simmetria alla base del movimento, il suo modulo ripetuto. Nella sua produzione di film avveniva un processo per un certo verso affine a quello dell’euritmia, i frammenti venivano ricomposti, mostrando l’unità superiore di cui facevano parte. Da un lato le immagini, che accostate e ripetute acquistano un valore quantitativo; dall’altro lato, la ricomposizione di queste ci fornisce un valore qualitativo, cioè il movimento.

Il cinema rappresenta il mezzo che più di ogni altro rende evidente il rapporto che si realizza tra symmetria ed eurythmia.

Un film è caratterizzato da una scansione modulare di diapositive che si susseguono; la loro disposizione contemporanea su un quadro mostrerà ciò che l’opera è in sé, definendo il numero di frame che la compongono. Durante la proiezione le diapositive mostreranno all’osservatore non più immagini separate e successive, ma il movimento; passando quindi da una sfera quantitativa ad una qualitativa.

[1] Franco Purini, Comporre l’architettura, Universale Laterza, 2009, p. 42

 

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