Come afferma Purini “Ripetere è alla base di qualsiasi metrica architettonica, pensate alla “travata ritmica” del Belvedere bramantesco, ma anche alla facciata albertiana di Palazzo Ruccelai. C’è una cosa importante da osservare nella ripetizione. Iterando un motivo lo si migliora se questo è modesto, lo si danneggia se è figurativamente notevole. La ripetizione comporta dunque la necessità di una tonalità “intermedia” della scrittura architettonica, da considerare come la tessitura attenuata di forme e di spazi”[1].

L’architettura si confronta sempre con la ripetizione. Essa viene infatti realizzata con dei componenti caratterizzati da dimensioni standard, basti pensare ai mattoni in laterizio, o ai blocchi di pietra, o di varie nature, o ancora alle stesse componenti in acciaio prodotte su larga scala, o alle colonne dei templi dell’antichità.

Così la ripetizione diviene metrica della costruzione, il componente diviene modulo che misura, ma al contempo misura dalla quale si fanno ricavare tutte le altre. La ripetizione realizza un ritmo, misura infatti il movimento dell’opera nello spazio e dell’osservatore all’interno dell’opera e produce architettura. Come afferma Franco Purini: “Misurare significa predisporre le distanze limite tra gli elementi; equivale a determinare quella economia nella disposizione degli spazi che rappresenta il vero significato architettonico delle scelte tipologiche, permettendo di ottenere ambienti formalmente concatenati, tenuti insieme da una legge superiore alla pura essenza matematica espressa da un calcolo esatto, una legge che vive di quella precisione imprecisa che è tipica dell’arte[2]”. Misurare dunque non significa semplicemente ripetere un modulo, ma mettere in tensione le parti tra di loro, trovare tra le parti la distanza limite, “si tratta di quella particolare distanza che separando i corpi entro una certa soglia fa scattare tra di essi un’attrazione magnetica che li rende necessari l’uno all’altro”[3]. La distanza che preannuncia un evento, una distanza carica di energia che preannuncia un contatto che non avverrà mai; promessa di un movimento che rende participi gli osservatori. Misurare significa in altri termini riuscire ad accordare la symmetria e l’eurythmia; da un lato la capacità di relazionare le parti dell’opera tra di loro e al tutto; dall’altro la capacità di produrre sempre nuovi significati negli occhi di chi osserva.

Vitruvio proponeva nel suo trattato questo accordo, da un lato la simmetria, espressione dell’ordine e dall’altro l’euritmia, espressione della percezione di questo ordine. Due termini inconciliabili in apparenza. Nonostante ciò egli riuscì a intrecciarli ponendo il soggetto come elemento centrale. Vitruvio afferma che l’uomo è il fine dell’architettura. L’opera deve rispettare delle regole proporzionali, deve ricercare la simmetria, ma questa non ha nessun valore se non viene percepita da chi l’osserva. L’uomo è per Vitruvio lo scopo per il quale si fa architettura. L’architetto deve migliorare l’abitare dell’uomo, deve considerarlo il fine della sua azione. L’euritmia, scopo dell’architettura, non è semplicemente realizzazione della bellezza fine a se stessa, ma anche della bellezza allo scopo, di ciò che i romani chiamavano decorum. Infatti Vitruvio scrive:

 

VI, 2, 5. Igitur statuenda est primum ratio symmetriarum, a qua sumatur sine dubitatione commutatio deinde explicetur operis futuri loco rum imum spatium longitudini set latitudinis, cuius cum semel constitutafuerit magnitudo, sequatur eam proportionis ad decorem apparatio, uti non sit consideranti bus aspectus eurythmiae dubius.

 

“In primo luogo pertanto si deve stabilire il sistema numerico delle simmetrie, dal quale si dedurranno poi tutte le modificazioni; poi si fissi in pianta il valore della lunghezza e della larghezza dell’edificio che sarà; e una volta poi fissata la grandezza si passi a stabilire le proporzioni in funzione del decoro, in modo che chi guardi il progetto resti convinto della sua euritmia.”[4]

 

 

 

[1] Franco Purini, Una lezione sul disegno, Gangemi editore, Roma, 2007

[2] Cfr. Purini

[3] Purini p. 148

[4] Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, trad. Ferri, Rizzoli, 2002